La Valle di Vitalba e Il brigantaggio meridionale

La Valle di Vitalba

Un’area suggestiva e ricca di bellezze naturali in Basilicata è rappresentata dalla Valle di Vitalba che si estende su un’ampia e pressoché pianeggiante vallata, così denominata dal nome di un antico casale medievale (Vitalba).

L’area è caratterizzata dalla presenza del complesso vulcanico del Vulture, montagna dell’Appennino Lucano, di altezza superiore ai 1300 metri, che costituisce un “elemento morfologico inconfondibile nello scenario della Valle di Vitalba”.

Ricadono nel territorio della Valle di Vitalba i seguenti comuni:

Filiano (PZ);
Rionero in Vulture (PZ);
Ripacandida (PZ);
Ginestra (PZ);
Barile (PZ);
Rapolla (PZ);
Melfi (PZ);
Atella (PZ);
Ruvo del Monte (PZ);
Rapone (PZ);
San Fele (PZ);

Prima di incentrarci nell’argomento è opportuno introdurre eventi storici al fine di contestualizzare l’argomento, quindi parleremo di:

La Spedizione dei mille

L’intervento piemontese e l’unità

La piemontesizzazione

La questione meridionale e il brigantaggio

Documento sul fenomeno del brigantaggio

Interrogatorio del brigante

Carmine Crocco Donatelli

Verbale dell’interrogatorio di Carmine Crocco Donatelli

Processo a Crocco: 67 omicidi

Legge Pica (15 agosto 1863 / 1409)

 

LA SPEDIZIONE DEI MILLE

(La sconfitta dei Borboni )

La rivolta scoppiata a Palermo nell’aprile del 1860, organizzata dai democratici Francesco Crispi e Rosolino Pilo, entrambi mazziniani, concentrò verso il Mezzogiorno gli interessi e le energie politiche dei democratici che avviarono i preparativi per una campagna di liberazione del Sud.
Soprattutto Garibaldi cominciò ad arruolare volontari senza che il governo sabaudo intervenisse a bloccare l’iniziativa, sia perché Cavour e Vittorio Emanuele II avevano manifestato segretamente il loro assenso all’impresa, sia perché comunque il governo moderato sabaudo non aveva la forza politica per impedire l’azione di Garibaldi e dei democratici.
Tra il 5 e il 6 maggio del 1860 un migliaio di volontari, alcuni dei quali senza esperienza di guerra, salpò dallo scoglio di Quarto, presso Genova alla volta delle coste siciliane. Le navi erano state apparentemente “rubate” a una società di navigazione, finanziata dal sovrano piemontese, ma in realtà messe a disposizione di Garibaldi.
L’11 maggio, i Mille guidati da Garibaldi sbarcarono a Marsala e si scontrarono con le truppe borboniche a Calatafimi, riportando un decisivo successo. Dopo questa vittoria i Mille divennero un vero e proprio esercito di liberazione grazie ai continui arruolamenti di giovani siciliani, i “picciotti”, prevalentemente contadini, che vedevano in Garibaldi colui che li avrebbe potuti liberare dall’oppressione secolare dei Borbone e dei latifondisti.
Dopo aver sconfitto i Borbone a Milazzo, il 6 agosto del 1860 l’esercito garibaldino sbarcò in Calabria, e travolgendo ogni resistenza, entrò dopo un mese a Napoli (7 settembre 1860).
Al successo fulmineo e assolutamente inaspettato contribuirono numerosi elementi interni ed esterni alla spedizione.
Innanzitutto Garibaldi si dimostrò un eccellente capo militare: non era solo questione di coraggio personale o di audacia nel combattere, ma di autentiche doti di stratega poiché studiò manovre e piani di battaglia che valorizzavano al massimo le sue scarse risorse e mettevano in seria difficoltà le forze nemiche.
In questa guerra, inoltre, egli fu più che mai un’autentica figura carismatica, infatti Garibaldi raccolse attorno a sé nel Sud un consenso popolare che nessuno, né prima, né dopo di lui, ebbe mai.

 

L’INTERVENTO PIEMONTESE E L’UNITA’

(La proclamazione del Regno d’Italia)

Dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli, Cavour convinse Napoleone III che, per il bene di tutti, era opportuno che l’esercito regolare dei Piemontesi dirigesse a sud attraversando le Marche, che facevano parte dello Stato Pontificio, per impedire a Garibaldi di giungere per primo a Roma. Se questo fosse accaduto, infatti, non soltanto il Papa avrebbe perduto tutti i suoi territori, ma l’Italia avrebbe rischiato di diventare una repubblica.
Ottenuto il consenso del potente alleato, Vittorio Emanuele II in persona guidò la spedizione: sconfisse l’esercito pontificio presso Castelfidardo.
A Napoli scoppiò la crisi: i Cavouriani volevano che si effettuassero i plebisciti per l’incorporazione al Piemonte, i Federalisti e gran parte dei Garibaldini chiedevano l’elezione di una assemblea costituente, mentre Mazzini premeva perché fosse proclamata la repubblica. Garibaldi esitò, Cavour si adirò e i due si accusarono reciprocamente di fomentare una guerra civile.
Garibaldi, alla fine, confidando nel consiglio di alcuni suoi generali -già passati, a sua insaputa, dalla parte del Cavour- indisse i plebisciti.
Gli aventi diritto al voto erano solo il 3% degli abitanti del Regno delle Due Sicilie. Il risultato della consultazione era largamente scontato, perché ai votanti era consentita solo la scelta tra due opposte alternative: o il ritorno al regime borbonico o l’unione con il Regno di Sardegna.
Solo pochissimi conservatori volevano il ritorno del debole re Francesco II; allo stesso tempo venne sventato il tentativo di Mazzini di instaurare la repubblica. Così il 21 ottobre 1860, dopo la battaglia di Volturno, vinta dai Garibaldini, il Regno delle Due Sicilie venne incorporato al Piemonte.
Il 26 ottobre Vittorio Emanuele II si incontrò con Garibaldi a Teano. I due, poi, insieme sfilarono per le vie di Napoli (7 novembre).
Consegnati i suoi poteri nelle mani del re, Garibaldi venne messo da parte; il suo esercito fu sciolto e non gli restò altro che salpare per Caprera. L’Italia era ormai in gran parte unificata.
Nel febbraio del 1861 il re borbone si arrese e pochi giorni dopo, il 17 marzo, venne proclamato il Regno d’Italia e nell’inverno si riunì per la prima volta il Parlamento: composto da 120 senatori di nomina regia e da 463 deputati eletti da soli 400.000 votanti, benché la popolazione fosse già di 22 milioni e questo a causa delle leggi che limitavano il voto alla sola popolazione maschile che godeva di un certo reddito.
Alla destra del presidente del Parlamento sedevano i cavouriani, circa l’80% dei membri dell’assemblea; a sinistra, democratici, garibaldini ed ex mazziniani, che avevano accettato la causa monarchica.

 

LA “PIEMONTESIZZAZIONE”

(Le vicende e i problemi del primo decennio post-unitario in Italia)

L’unità d’Italia si rivelò subito un’unità politica, territoriale, burocratica, ma non certamente sociale.
Il giovane stato italiano mise insieme genti con problemi, storie e lingue diversi; ma, per di più, alla sua unificazione contribuirono frange della popolazione che si collocavano nei ceti dei professionisti, degli studenti, dei proprietari e, sporadicamente, degli operai e dei contadini.
In questa situazione quale significato hanno parole come “nazione” o “patria”?
Argutamente Massimo D’Azeglio afferma che “l’Italia è fatta, ma bisogna fare gli Italiani”.
Bisogna dare loro, cioè, uno spirito civico ed una coscienza nazionale.
Il compito non è facile, specie se si considera il preoccupante quadro economico e sociale nazionale.
L’Italia all’inizio della sua storia unita, è un paese che si regge per il 70% sull’agricoltura e per il 18% sull’industria. La popolazione, quindi, nella stragrande maggioranza, è adatta al lavoro nei campi, mentre una percentuale minima è impiegata nelle attività industriali.
I terreni agricoli sono coltivati per prodotti destinati al consumo interno (cereali). Solo da poco l’aumento della coltivazione dell’olio, del vino e del formaggio ha inaugurato un timido avvio all’esportazione.
I prodotti industriali non hanno un mercato estero; solo nel campo estrattivo i prodotti sono destinati fuori dall’Italia.
Il decollo dell’industria non avviene anche per la carenza di capitali messi a disposizione dalle banche (ancora all’inizio della loro attività) e per le difficoltà legate alla scarsa rete viaria.
Neppure secondaria è la considerazione di una manodopera poco specializzata e di macchinari poco concorrenziali rispetto alle ultime scoperte tecniche.
Questa realtà diventa, poi, ancora più evidente, nel divario esistente tra nord e sud.
L’Italia centro-settentrionale sta creando un’agricoltura moderna e produttiva, sta bonificando ed irrigando zone pianeggianti e sta ottenendo buoni guadagni dall’esportazione dei prodotti. Al nord nascono anche centinaia di piccole industrie che lavorano la seta ed il cotone.
Il successo della attività agricolo-industriale, al nord, è dovuto alla politica perseguita dai governi piemontesi e lombardi a vantaggio della borghesia, alla capacità di sfruttare le risorse naturali, allo sviluppo delle reti ferroviarie e stradali.
L’Italia meridionale vive, invece, nell’arretratezza più avvilente. I fiumi hanno eroso, in assenza di argini, molte terre coltivabili; le paludi abbondano, le strade di comunicazione sono rare e malandate.
L’aristocrazia nobiliare vive di rendita e non si preoccupa di investire i capitali per ammodernare il lavoro nei campi mentre i braccianti, privi di terra, ed i piccoli proprietari terrieri vivono una vita grama.
A questo quadro desolante va aggiunta, poi, la persistenza delle malattie, quali la malaria, dovuta alla presenza delle zanzare nelle zone paludose, la pellagra, dovuta alla scarsezza di vitamine nell’alimentazione, il tifo, dovuto a scarsa igiene ed a mancanza di acquedotti.
Non va taciuto, l’alto tasso di analfabetismo della popolazione ed un pauroso dissesto finanziario nel bilancio del nuovo Stato italiano, che aveva ereditato il pesantissimo debito pubblico degli stati pre-unitari, aveva sostenuto spese ingenti per la guerra e doveva compiere un notevolissimo sforzo finanziario nel campo dei lavori pubblici, delle costruzioni ferroviarie e delle infrastrutture in genere.
Ai governi post unitari si imposero dunque gravi problemi, quali:

l’unificazione amministrativa ed economica delle regioni italiane (questione istituzionale);

la conquista dei territori ancora in mano all’Austria o al papato e lo spostamento della capitale a Roma, (“questione veneta” e “questione romana”);

il pareggio del bilancio statale, in gravissimo deficit (questione finanziaria);

la lotta al brigantaggio che infesta le regioni meridionali (“questione meridionale”).

La “piemontesizzazione” del paese, l’estensione, cioè, della struttura politica ed amministrativa del regno di Sardegna a tutte le regioni italiane, fu ritenuta una necessità dei primi governi della Destra storica, che si adoperarono per rafforzare le basi del nuovo regno. Ci si orienta verso un modello di stato accentrato.
Così lo Statuto Albertino diventa la costituzione del Regno d’Italia; lo stato è diviso in province ed ogni provincia è sotto l’autorità di un prefetto. Il prefetto, di nomina regia, è quasi sempre un funzionario proveniente dal Piemonte o , comunque, dalle regioni settentrionali. Questo stretto legame alla corona, specie nell’Italia del sud, non è accettato di buon grado e spesso crea malcontento e incomprensione tra la popolazione.
Anche l’esercito si allinea sul modello del vecchio esercito sardo; si crea la leva obbligatoria, per tutti i giovani che hanno compiuto 20 anni, per la durata di ben 5 anni.
In campo economico i governi della Destra giungono all’abolizione delle barriere doganali interne, per favorire gli scambi tra le varie regioni. Introducono anche, al fine di creare un mercato nazionale, il sistema metrico decimale, un uguale sistema di pesi, la moneta già circolante in Piemonte.
Nel campo della cultura c’è ancora molto da lavorare. Nel nuovo stato solo il 2% della popolazione parla l’italiano; la restante parla il dialetto di appartenenza.
Il censimento del 1861, su una popolazione di 21.777.334 abitanti (esclusi, ovviamente, Lazio e Veneto), conta il 78% di analfabeti.
La lotta all’analfabetismo è affrontata dai primi governi italiani ed il problema dell’istruzione è risolto con il solo metodo della piemontesizzazione.
La legge Casati, approvata nel 1859 in Piemonte, è estesa a tutto il regno. Essa prevede 4 anni di scuola elementare gratuita, ma non richiede l’obbligatorietà, per cui molte famiglie evitano di mandare i propri figli a scuola.

 

LA “QUESTIONE MERIDIONALE E IL BRIGANTAGGIO”

(ll divario tra Nord e Sud)

Il distacco tra Nord e Sud si era già manifestato in forma gravissima sin dai primi giorni dell’Unità, con un fenomeno che investì l’intero Meridione tra il 1861 ed il 1865: il brigantaggio.
Le sue cause erano antiche e profonde, ma la delusione creata dal passaggio garibaldino prima e dall’accentramento amministrativo poi, erano i motivi più recenti di questo fenomeno.
La situazione si aggravò subito dopo la vendita all’asta dei beni demaniali ed ecclesiastici. I compratori appartenevano prevalentemente alla nuova borghesia rurale che si stava rivelando ancora più avara e tirannica dei vecchi padroni. L’aggravarsi delle condizioni dei contadini causò la ripresa dei disordini che in pochi mesi assunsero le proporzioni di una vera e propria guerriglia.
In Calabria, Puglia, Campania, Basilicata, bande armate di briganti iniziarono nell’estate del 1861 a rapinare, uccidere, sequestrare, incendiare le proprietà dei nuovi ricchi. Si rifugiavano sulle montagne ed erano protetti e nascosti dai contadini poveri; ma ricevettero aiuto anche dal clero e dagli antichi proprietari di terre che tentavano, per mezzo del brigantaggio, di sollevare le campagne e far tornare i Borboni.
Ma chi erano i briganti e per che cosa combattevano? Il grosso delle bande era costituito da braccianti, cioè contadini salariati esasperati dalla miseria; accanto ad essi lottarono anche ex garibaldini sbandati, ex soldati borbonici e numerose donne, audaci e spietate come gli uomini.
All’inizio essi combatterono per due scopi l’uno in contrasto con l’altro:

ottenere la riforma agraria che Garibaldi non aveva concesso deludendo le loro speranze;

impedire la realizzazione dell’Unità d’Italia per far tornare i Bordoni, cioè proprio quei re che avevano sempre protetto i latifondi delle nobiltà e della Chiesa, negando ogni riforma.

A creare questa confusione agivano numerosi fattori, tutti comprensibili:

l’odio per i nuovi proprietari, sfruttatori di manodopera come e più dei precedenti e per giunta venuti dal basso e quindi ancora più inaccettabili dell’aristocrazia, “voluta dal destino e da Dio”;

l’incomprensione per le leggi del nuovo Stato, che apparivano non “italiane”,come dicevano i garibaldini, ma “piemontesi”, cioè altrettanto straniere quanto lo erano apparse quelle austriache ai Lombardi;

la protezione concessa da ecclesiastici e aristocratici, necessaria ai briganti per sopravvivere, ma condizionata dalla fedeltà al re di Napoli in esilio;

infine l’equivoco che lo Stato italiano “laico e liberale”, fosse in realtà uno stato ateo, cioè uno stato senza-dio, pronta a distruggere le chiese e a eliminare i preti offendendo la profonda religiosità delle masse contadine meridionali.

I briganti, quindi, non furono “criminali comuni”, come pensò la maggioranza degli italiani, ma un esercito di ribelli che, all’infuori della violenza privata, non conoscevano altra forma di lotta. Tenuti per secoli nell’ignoranza e nella miseria, i contadini meridionali non avevano ancora maturato una conoscenza politica dei loro diritti e non riuscivano ad immaginare alcuna prospettiva di cambiamento attraverso i mezzi legali.
Questa sfiducia in ogni forma di protesta e di lotta organizzata fu il nucleo della vera “Questione meridionale”.
L’esteso fenomeno del brigantaggio ne fu solo una drammatica conseguenza.

Lo Stato italiano rispose con una vera e propria guerra a questa rivolta sociale che, nelle sue manifestazioni ampie, durò oltre quattro anni: alle truppe già stanziate nel Sud al comando del generale Cialdini, il governo ne aggiunse altre, cosicché, nel 1863 ben 120.000 soldati erano impegnati nella lotta al brigantaggio: quasi la metà dell’esercito italiano.
Nello stesso anno venne dichiarata la legge marziale: processi sommari fucilazioni, incendi e saccheggi furono gli strumenti impiegati da Cialdini nell’opera di repressione, non solo contro i briganti, ma contro tutti i loro fiancheggiatori. Migliaia di morti in scontri armati e altrettante pene capitali o alla prigione a vita furono il tragico bilancio finale.
Nel 1865 il brigantaggio era stato praticamente sconfitto. Lo stato aveva vinto la sua guerra, ma compiendo proprio gli errori che Cavour aveva cercato di scongiurare. Dopo la repressione e la legge marziale, la frattura tra il Sud ed il resto dell’Italia non fece che approfondirsi.
Le classi povere, soprattutto contadine, immaginarono spesso i briganti come degli eroi popolari e anche nella stampa dell’epoca furono proposte figure di briganti “buoni”.

 

DOCUMENTO SUL FENOMENO BRIGANTAGGIO
Il brigantaggio fu sempre presente sul suolo italiano: non deve pertanto essere identificato con i movimenti di massa a carattere antipiemontese ed antiunitario verificatisi dopo il raggiungimento dell’unità. Universalmente noto persino ai viaggiatori stranieri, ai quali i briganti apparivano spesso come un elemento folcloristico dell’Italia centro-meridionale, tale fenomeno colpiva negativamente il comune sentimento morale di buona parte della popolazione locale, che condannava apertamente la ferocia dei furti, degli assassini, dei rapimenti di persone a scopo di estorsione, nonché dei saccheggi indiscriminati messi in atto dalle varie bande nascoste nei boschi o sulle zone montane spesso impervie ed inaccessibili.
Naturalmente nella fase preunitaria l’appellativo generico di “briganti”, subito utilizzato dalle autorità consentite, tendeva a sottolineare al tempo stesso il collegamento effettivo coi briganti, la reale condizione di “fuorilegge”, nonché i modi spesso feroci e furfanteschi messi in atto dai nuovi adepti, non molto dissimili dai comportamenti abituali ai delinquenti comuni.
Con l’unificazione d’Italia il brigantaggio ebbe il più ampio sviluppo, a partire per lo meno dal settembre del 1860, allorché i movimenti contadini, repressi con durezza dalla interessata borghesia agraria, si saldarono con il legittimismo borbonico a sostegno di una politica antiunitaria e quindi sostanzialmente reazionaria. Fu così che la gente dei campi affamata, esasperata, respinta ai margini dello stato (tra l’altro la legge elettorale li escludeva dal diritto di voto) rispose con una sorta di generale ribellione. “Priva come era di autentici obiettivi politici, non disciplinata da una direzione, stimolata dalle atrocità della repressione, la violenza contadina non poteva essere che indiscriminata, furiosa, anarcoide: non poteva assumere che le forme del brigantaggio ” (A.Piccioni): e ciò per un ampio periodo di tempo tra l’autunno del 1860 e la fine del 1864, protrattosi fino agli inizi del 1870.
Il quadro era complicato dall’appoggio dato dallo Stato pontificio al legittimismo borbonico. Diversi sacerdoti si trovarono così coinvolti in azioni a sostegno del brigantaggio e vissero per questo una dolorosa contraddizione con le idealità pacifiche della religione cristiana.
I contadini, spinti dai proclami filo-borbonici, non tardarono ad unirsi in bande numericamente consistenti in Basilicata, nel Molise, in Campania e nelle Puglie.
In Sicilia il fenomeno fu assai diffuso, ma restò di tipo tradizionale e le bande non assunsero mai la struttura e le dimensioni di quelle del continente.
La lotta finì ben presto per assumere le forme di una sanguinosa guerra civile. Infatti dal giugno 1861 al dicembre 1865 i briganti uccisi furono 5212, quelli arrestati 5044, quelli costituitisi 3597, per un totale di quasi 14000 briganti messi fuori combattimento.
A queste cifre andrebbero aggiunte quelle relative ai caduti delle forze repressive ed alle vittime civili della guerriglia e delle rappresaglie, rimaste sconosciute ma certo molto elevate.

 

briganti morti e soldati

L’esibizione dei risultati di un rastrellamento: otto soldati posano con quattro briganti catturati. La foto però è truccata: i briganti in realtà sono già morti e i soldati li tengono dritti con le mani perché non cadano a terra.

INTERROGATORIO DEL BRIGANTE

I resoconti degli interrogatori di polizia sono testimonianze dirette particolarmente preziose: qui i protagonisti parlano senza la mediazione della parola scritta e sotto l’ effetto di profonde emozioni, come rabbia, paura, sconforto. Da essi emerge quindi un quadro quanto mai autentico dell’ atmosfera.

Domanda. Con questi convincimenti perché non vi siete presentato voi ed i vostri compagni, persuasi che odiati da tutte le popolazioni la vostra vita era in pericolo ogni momento?
Risposta. Noi combattevamo per la fede.
D. Che cosa voi intendete per la fede?
R. La santa fede della nostra religione.
D. Ma la nostra religione non condanna i furti, gli incendi, le uccisioni, le sevizie e tutti gli empi e barbari misfatti che ogni giorno consuma il brigantaggio, e voi stesso coi vostri compagni avete commesso?
R. Noi combattevamo per la fede, e siamo benedetti dal papa,e se non avessi perduto una carta venuta da Roma vi convincereste che abbiamo combattuto per la fede.
D. Che cosa era questa carta?
R. Era una carta stampata venuta da Roma.
D. Ma che conteneva questa carta?
R. Diceva che chi combatte per la santa causa del papa e di Francesco II (di Borbone) non commette peccato.
D. Ricordate che altro conteneva quella carta?
R. Diceva che i veri briganti sono i piemontesi che hanno tolto il regno a Francesco II, che essi erano scomunicati, e noi benedetti dal papa.
D. In nome di chi era stata fatta quella carta, da chi era firmata?
R. La carta era un documento in nome Francesco II e firmata da un generale che aveva un altro titolo, che non ricordo, come non ricordo il nome; vi era attaccata una fettuccia con suggello.
D. Di che colore era la fettuccia e il suggello, e che impronta il suggello offriva?
R. La fettuccia era di color bianco come tela; il suggello era bianco con l’impronta di Francesco II.
D. Non potendo ammettere né consentire che il papa possa benedire tante iniquità, né che Francesco II abbia potuto umiliare la sua dignità di re ordinando omicidi, rapine, incendi, anche se questi mezzi avessero potuto fargli sperare di riacquistare il trono, non può essere che una favola ciò che voi asserite.
R. Dato che avete fatto venire i bersaglieri e che sarò, fucilato, persuaso come sono di morire, vi assicuro che ho tenuto quella carta e che è vero che essa conteneva tutto quello che vi ho detto e, se altri, come me, saranno arrestati, vi convincerete allora che non ho mentito…
D. Che abbiate legata sul petto con un nastro una medaglia di Francesco II non meraviglia perché credevate, uccidendo, rapinando, rubando, di combattere per lui. Ma come consumando tante scelleratezze, potete chiamare a testimone di esse, e direi anche a complice la Vergine Santissima, portando appesa al petto la sua effigie del Carmine? E’ cosa che fa credere la vostra religione più empia e scellerata di quella che potrebbe avere un demone, se i demoni potessero avere una religione! Non è questa la più infernale derisione che possa farsi a Dio?
R. Io e i miei compagni abbiamo la Madonna nostra protettrice, e se avessi avuto il documento con la benedizione non sarei stato certamente tradito.

 

CARMINE CROCCO DONATELLI

 

Carmine Crocco

Il brigantaggio fu certamente il fenomeno legato alle misere condizioni dei contadini, ma trovò appoggi presso tutte le categorie sociali del Mezzogiorno, evidentemente interessate a limitare il controllo dei piemontesi sull’Italia meridionale.
Il brigante Carmine Donatelli Crocco, nato a Rionero in Vulture nel 1830, fu uno dei più famosi briganti meridionali del periodo post-unitario. A Capo di bande composte da molte centinaia di briganti dopo il 1860 il “generale dei cafoni” occupò i boschi dell’Ofanto tra l’Irpinia e la Basilicata, attaccando le forze regolarti dell’esercito, assaltando paesi isolati e munite cittadine. Ancora oggi la figura più o meno leggendaria di questo capo brigante è viva nei ricordi popolari, trasformato spesso in un generoso combattente per la causa dei contadini oppressi sotto il vessillo della bandiera borbonica.
Crocco morì nel 1905 all’ergastolo di Santo Stefano, dove scontava la sua pena per l’infinita serie di delitti commessi. Eugenio Massa, un capitano dell’esercito italiano, che combatté il brigantaggio meridionale e che incontrò più volte Crocco in prigione pubblicò un’autobiografia del brigante, alla cui veridicità in verità pochi credettero fin dall’inizio – che egli asserì di editare nella “nella sua integrità formale e sostanziale”, sembrandogli un documento umano meritevole di essere conosciuto. In realtà le pagine di Massa ci presentano una figura di brigante troppo filosofo, troppo “socialista” per essere un autentico capo brigante. Nasce così il dubbio che la storia che Massa ci narra non sia veramente l’autobiografia di Crocco, ma la prima leggenda letteraria composta sulla inquietante figura del brigante contadino postosi a capo di un armata di straccioni in rivolta.

 

VERBALE DELL’INTERROGATORIO DI CARMINE DONATELLI CROCCO
(3-4 agosto 1872)

Il testo è riportato nello scritto originale:
L’anno milleottocentosettantadue il dì tré del mese di agosto nelle Carceri Giudiziarie di Potenza all’ora 1 pomeridiane; Noi Cav. Alessandro Fava Presidente della Corte Ordinaria di Assise con l’assistenza del Vice Cancelliere Signor Oreste Masci; in seguito della pervenienza degli atti del relativo procedimento sul conto del detenuto Carmine Crocco Donatelli, il quale con sentenza di questa Sezione di Accusa e di quelle di Napoli e Trani legalmente notificate, venne per vari reati rinviato alle Assise, volendo interrogarlo, lo abbiamo fatto tradurre avanti di Noi nella Camera degli esami, ove coll’assistenza dell’infrascritto Vice Cancelliere interrogato sulle generalità, ha risposto:

Mi chiamo Carmine Crocco Donatelli fu Francesco di anni 43, pastore, di Rionero in Vulture, scapolo, so leggere e scrivere, impossidente, sono stato militare col grado di caporale sotto il passato governo, sono stato condannato altra volta per crimine.

Domandato sul fatto di cui è accusato ha risposto :
Domanda: Voi Carmine Crocco non avevate compiuto ancora il 22° anno ed, associato ad altri malfattori nel 1852 e 1853, vi rendeste colpevole di varii furti qualificati, accompagnati da pubblica violenza. Per tali reati, nel 13 ottobre 1855, foste dalla corte Speciale di Potenza condannato a diciannove anni di ferri.
Menato al Bagno di Brindisi per la espiazione della pena tentaste nella notte del 19 luglio 1856 evadere da quelle carceri e foste per questo novello reato condannato dalla Commissione militare di Brindisi con sentenza del 2 ottobre 1856 ad un anno e mezzo di aumento di pena. È vero tutto questo Carmine Crocco?
Risposta: Si è verissimo.
Domanda: Quello che voi tentaste invano nella notte del 19 luglio 1856 vi riuscì però nel 13 dicembre 1859, quando con violenza evadeste dal bagno di Brindisi. Avete nulla ad opporre contro questo fatto?
Risposta: È vero che nel 13 dicembre 1859 io riuscii ad evadere dal Bagno di Brindisi, ma la mia evasione avvenne senza violenza. Io mi trovavo a lavorare alla banchina con altri forzati, fui mandato ad attingere dell’acqua alla fontana, accompagnato da un soldato del 12° cacciatori; non dovea che scavalcare un muro di giardino per ricuperare la mia libertà. Tentai questa impresa cosi facile per me, e, riuscitami, mi diedi alla fuga.

Crocco con Garibaldi
Domanda: Evaso dalle prigioni dove andaste a rifugiarvi ?
Risposta: Per tutta l’invernata stetti nascosto nel bosco di Monticchio. Venuta la primavera commisi, lo confesso, perché Crocco nulla nega, vari reati unito ad altri due compagni, Vincenzo d’Amato e Michele Di Biase. Nel 18 agosto io mi unii ai volontari capitanati da Mennuni e mi recai con gli altri in Potenza dove fu proclamata la decadenza dell’antica dinastia, ed inaugurato il Governo dell’Italia una, con Vittorio Emanuele. Ricordo che in quella occasione mettemmo in fuga tutti i Gendarmi, che inseguimmo fino alle vicinanze della montagna di Vignola.
Nel dì seguente il Capitano Ottavio Mennuni, il Sig. Attanasio Santangelo di Venosa e Pasquale Corona di Rionero presentarono me ed i miei due compagni alla Giunta presieduta dal Colonnello Boldoni, o convocata da costui, che era stato qui mandato da Garibaldi. In prosieguo io e i miei compagni facemmo parte dei volontari di questa Provincia, che andarono a riunirsi in Auletta ai Battaglioni di Garibaldi che venivano dalle Calabrie.
Seguimmo il Generale a Napoli, S. Maria, Capua, Ponte della Valle e prendemmo parte alle battaglie della patria indipendenza.
Finita la guerra avemmo il debito congedo, e venimmo qui in Potenza a presentarci al Governatore Sig. Albini, il quale ci assicurò che si sarebbe tirato un velo sulle nostre colpe passate. Costui però non ci attenne la promessa, perché dopo un mese, verso la fine di dicembre o i principii di gennaio, sapemmo che da quello stesso Governatore era stato spiccato ordine di presentazione per doversi trattare la nostra causa, con minaccia che altrimenti saremmo stati arrestati, e con promessa dall’altra parte che si sarebbe tenuto conto dei servizi da noi prestati. Non essendoci stata mantenuta la prima promessa noi non credemmo alla seconda.

Crocco contro gli invasori
Domanda: E che faceste?
Risposta: Feci quello che doveva fare. Presi una seconda volta la via dei boschi, io non aveva altra casa o palazzo dove potessi stare sicuro. Pure conoscendo per prova i disagi della vita brigantesca pensava tra me stesso, se non mi fosse stato possibile dì potermi andare ad imbarcare in Barletta o in altro posto dell’Adriatico per recarmi in Grecia, a vivere una vita più tranquilla e lontana dalle persecuzioni.
Fatalmente si diede una circostanza che mi fece abbandonare questo divisamento. Fui chiamato in segreto da talune persone che io non nomino, perché sarebbe inutile nominare essendo talune di esse già morte, e le stesse mi invitarono a prendere parte ad una controrivoluzione borbonica che mi assicuravano di essere già preparata.
Nello stato di esasperazione di animo in cui mi trovava commisi la debolezza di accettare la proposta.

 

PROCESSO A CROCCO: 67 OMICIDI
Al processo a Carmine Donatelli Crocco, presso la Corte d’Assise di Potenza, il Procuratore Generale, Camillo Borelli, imputò al guerrigliero i seguenti reati:

67 omicidi consumati;
7 omicidi mancati;
12 grassazioni;
20 estorsioni;
15 incendi di case;
e altri minori.

La sentenza di morte, emessa l’11 settembre 1872, fu tuttavia commutata nei lavori forzati a vita. Assegnato al bagno penale di Santo Stefano, Crocco fu successivamente trasferito in quello di Portolongone dove si spense, il 28 giugno 1905, all’età di 75 anni.

 

Legge Pica (15 agosto 1863 / 1409)

Vittorio Emanuele II
per grazia di Dio e per volontà della Nazione
RE D’ITALIA

Il Senato e la Camera dei deputati hanno approvato,
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Art. 1. Fino a 31 dicembre corrente anno, nelle provincie infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con Decreto Reale, i componenti comitiva o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche vie o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai Tribunali militari, di cui nel libro II, parte II del Codice penale militare, e con la procedura determinata dal capo III del detto libro.
Art. 2. I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano appongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti colla fucilazione, o coi lavori forzati a vita concorrendovi attenuanti.
A coloro che non oppongono resistenza, non che ai ricettatori e somministratori di viveri, notizie, ed aiuti di ogni maniera, sarà applicata la pena dei lavori forzati a vita, e concorrendovi circostanze attenuanti il maximum dei lavori forzati a tempo.
Art. 3. Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge la diminuzione da uno a tre gradi di pena.
Tale pubblicazione dovrà essere fatta per bando in ogni comune.
Art. 4. Il Governo avrà pure facoltà, dopo il termine stabilito nell’articolo precedente, di abilitare alla volontaria presentazione col beneficio della diminuzione di un grado di pena.
Art. 5. Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare per un tempo non maggiore di un anno un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice penale, non che ai camorristi, e sospetti manutengoli, dietro parere di Giunta composta del Prefetto, del Presidente del Tribunale, del Procuratore del Re e di due Consiglieri provinciali.
Art. 6. Gli individui, di cui nel precedente articolo, trovandosi fuori del domicilio assegnato, andranno soggetto alla pena stabilità dall’alinea 2 dell’articolo 29 del Codice penale, che sarà applicata dal competente Tribunale circondariale.
Art. 7. Il Governo del Re avrà facoltà di istruire compagnie o frazioni di compagnie di volontari a piedi od a cavallo, decretarne i Regolamenti, l’uniforme e l’armamento, nominarne gli ufficiali, e bassi-ufficiali ed ordinarne lo scioglimento.
I volontari avranno dallo Stato la diaria stabilita per i militi mobilizzati; il Governo però potrà accordare un soprassoldo, il quale sarà a carico dello Stato.
Art. 8. Quanto alle pensioni per cagione di ferite o mutilazioni ricevute in servizio per la repressione del brigantaggio, ai volontari ed alle guardie nazionali saranno applicate le disposizioni degli articoli 3, 22, 28, 29, 30 e 32 della Legge sulle pensioni militari del 27 giugno 1850. Il Ministero della Guerra con apposito Regolamento stabilirà le norme per accertare i fatti che danno luogo alle pensioni.
Art. 9. In aumento del capitolo 95 del bilancio approvato pel 1863, è aperto al Ministero dell’Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio.
Ordiniamo che la presente, munita del sigillo dello Stato, sia inserita nella Raccolta ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come Legge dello Stato.

Dat. Torino, addì 15 agosto 1863.

Vittorio Emanuele

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