Ninco Nanco

 

Ninco NancoINDICE
1 – Delibera della Giunta Comunale di Avigliano con oggetto: Atti di valore nella cattura di Ninco Nanco – 13 giugno 1864
2 – Verbale dei Carabinieri di Avigliano – 13 marzo 1864
3 – dal Giornale “Omnibus” – 15 marzo 1864
4 – dal quotidiano “L’Italia”
5 – da “Il pungolo”
6 – dal giornale “l’Indipendente” – 24 marzo 1864
7 – da “La Gazzetta Militare” – 26 marzo 1864
8 – Risposta del Cav. Benedetto Corbo
9 – Risposta di Giovanni Padula
10 – da “La Basilicata” – 13 marzo 1864

 

1 – PROVINCIA DI BASILICATA. CIRCONDARIO DI POTENZA. COMUNE DI AVIGLIANO. PROCESSO VERBALE DI DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA MUNICIPALE. OGGETTO DELLA DELIBERAZIONE DELLA GIUNTA MUNICIPALE: ATTI DI VALORE NELLA CATTURA DI NINCO NANCO.

L’anno 1864, il giorno 13 giugno nella sala del Municipio, convocata la Giunta Municipale nei modi e nei termini stabiliti dagli articoli 76 e 77 della Legge 23 ottobre 1859, si è riunita nelle persone del Sindaco, presidente, De Carlo Michele, degli assessori Corbo Nicola, Monaco Nicola, Morlino Paolo, Pace Andrea assistiti dal Segretario Comunale Leonardo De Carlo. Avendo il Sindaco, presidente, riconosciuto che il numero degli assessori è sufficiente per la legalità della sessione, dichiara aperta la seduta ed esprime che l’oggetto sul quale si deve deli­berare è di accertare l’atto di valore compiuto dai diversi individui nella cattura e morte del famigerato brigante Ninco Nanco ai termini della Circolare Ministeriale del 12 marzo 1862, dietro analogo invito fatto alla Giunta dal Sig. Prefetto della Provincia del 20 p.p. mese. Pubblica Sicurezza. Ufficio del brigan­taggio. Protocollo riservato n. 6778.

 

2 – Verbale in data 13 marzo 1864 firmato dal maresciallo d’alloggio sigr. Rebora Francesco, Segoni Tobia, Salandi Gaetano e Grimaldi Giuseppe dalla stazione di Avigliano.

Su di che, in seguito delle più accurate indagini, apertesi la discussione la Giunta a maggio­ranza di quattro voti contro uno ritiene i seguenti fatti.
Nella sera del 13 marzo ultimo, Don Benedetto Corbo, capitano della 2^ compagnia di questa Milizia Cittadina, sulla rivela che gliene fece persona a lui troppo fedele e devota venne a conoscenza del luogo nel quale Ninco Nanco ed altri due briganti stavano nascosti.
Il sig. Corbo, esultante per tale avviso, senza por tempo in mezzo, invitò il sig. Giorgio Marrano, giudice di questo man­damento, del Comune di Tramutola, e Mariani Domenico, Delegato di Pubblica Sicurezza di questo mandamento, di Reg­gio di Lombardia, ad accompagnarlo ed alle tre dopo mezza­notte tutti e tre si posero in marcia alla testa di cinquanta militi.
Giunti ad una masseria di proprietà del Capitano Corbo, denominata Sarnelli a quattro miglia da questo abitato si fece alto. Buona parte della forza occupò quei posti che dallo esploratore furono indicati, il resto dei militi continuò a rima­nere in Sarnelli.
In questo frattempo la persona che si recava ad annunziare a Ninco Nanco la morte del di costui fratello venne arrestata nella stessa masseria, ma non rivelò l’incarico, che aveva avuto se non dopo la morte di Ninco Nanco. Accortosi della occupa­zione dei posti della forza spedita, quella rimasta in Sarnelli si avviò verso la pagliaia dove si diceva nascondere i bri­ganti e che venne dalla Guardia circondata. Alle negative ri­sposte del padrone della capanna il Capitano, il Giudice, il Delegato, il caporale Michele D’Andrea ed altri pochi militi vi entrarono. Non vi rinvennero i briganti, ma dalla imbandigione di vivande arguirono che vi fossero nascosti e per procedere ad ulteriori per la di costoro cattura uscirono dalla capanna. Intanto un altro drappello di Guardie Nazionali comandato dal Maresciallo dei Reali Carabinieri con due altri carabinieri e da D. Donato Pace e Giovanni Padula che da quattro giorni era stato in perlustrazione nei boschi di Lagopesole, eseguen­dovi anche una partita di caccia, facendo ritorno in paese, giunto al di sopra del Casale di Frusci, non a breve distanza dalla detta capanna scorse le guardie del Capitano Corbo e si incamminò a quella volta credendole briganti.
Riunite le due forze concorsero in un solo scopo. Fu inti­mato al padrone della capanna di indicare il nascondiglio e la moglie di esso, alla quale dal di sotto della gonna caddero delle pagnotte di pane bianco, una sopressata e della salciccia, confessò che nella cava sottoposta vi erano Cariuso, un Cora­tino e lo stesso Ninco Nanco.
Su questa confessione si ordinò al padrone di rientrare ed intimar loro la resa, ma ricusatosi, le forze furono nella necessità di appiccare il fuoco alla capanna. Prima che la fiamma si fosse ingrandita, per la seconda volta, per mezzo dello stesso padrone, fu intimata la resa ai briganti. Allora il primo ad uscire dalla capanna fu Carciuso inerme, poi il Coratino anche inerme, e finalmente Ninco Nanco armato ed in atto di far fuoco. Quando, là per là, un caporale della Guardia Nazionale gli appuntò il fucile alla gola e lo stese cadavere.
In questa impresa la pubblica opinione dà la principale lode a D. Benedetto Corbo che ne assunse l’iniziativa, al Giu­dice Mandamentale D. Luigi Giorgio Marrano, al Delegato di P. S. Mariani che a lui si unirono invitati; a Nicola Coviello Scuma, a Michele D’Andrea militi che coi detti primi tre pe­netrarono animosamente nella capanna, ponendo a repentaglio la propria vita. Quando poi tutti concorsero al completamento dell’opera oltre i suddetti si distinsero D. Donato Pace, sacer­dote, il diacono Bochicchio Nicola, i due carabinieri Segoni Tobia e Grimaldi Giovanni, il Caporale Nazionale Del Zio Saverio, il milite Michele Corbo.

L’assessore Andrea Pace ha dedotto quanto segue isola­tamente.
1) Tanto i militi comandati dal Capitano Corbo quanto quelli comandati dal Maresciallo dei R. Carabinieri asseriscono con precisione che la rivela di persona devota al Capitano Corbo non riguardava che la sola persona del Carciuso senza che avesse precisata la vera capanna dove era solito appiat­tarsi bensì la sola contrada. E questo fatto viene rafforzato dalla condotta del Sig. Corbo, il quale prima che fosse giunto alla pagliaia dove si trovavano i briganti, già aveva fatto diligenza in molte altre non a poca distanza da quella, lo che non avrebbe fatto certamente se avesse conosciuto la vera capanna. Si aggiunge pure la risoluzione del Delegato di P. Si­curezza, il quale all’arrivo della squadriglia comandata dal Maresciallo già si era incamminato per altrove.

2) Quando il drappello di Guardie Nazionali (dirette dal Maresciallo de Carabinieri, Donato Pace e Giovanni Padula) animoso corse alla volta del Capitano Corbo coi suoi militi credendoli briganti già il Giudice del mandamento col Dele­gato e l’istesso capitano avevano perquisito la capanna e null’altro avevano scoperto che delle vivande fuori nelle cata­ste di legna e parte dentro della stessa ed allora a solo scopo di rinvenire se era possibile degli altri oggetti vi tornò ad entrare il milite Michele D’Andrea ed altri disarmati tutti e, mentre il nominato D’Andrea era al meglio delle sue ricerche, gli sembrò urtare col mento contro un due colpi. Imman­tinenti ed in men che il dica lo stesso si slanciò fuori la porta della pagliaia ed ad alta voce disse: qui vi è gente. Ciò udito Giovanni Padula, Donato Pace, il carabiniere Segoni e Bochicchio Nicola, che occupavano la porta della capanna, punto più importante e pericoloso, animati dal pari ardente zelo vi entrarono e fanno inginocchiare il padrone della ca­panna con la sua moglie ed intimano loro di dire chi vi era dentro, in opposto sarebbero certamente entrambi fucilati. A tale intima la donna che teneva nascosto sotto la gonna del pane bianco con della salsiccia, tremante si fa cadere i detti oggetti e confessa primieramente di esservi Carciuso, poi di­ceva esservi anche Ninco Nanco. A tale notizia Giovanni Padula esultante gridava: Viva l’Italia, morte finalmente a Ninco Nanco.
Si scioglie il padrone della capanna e si manda ad inti­mare la resa ai briganti se non volevano morire bruciati e ciò fu ben due volte per mezzo dello stesso padrone, che lo faceva con molta titubanza e dopo la terza intima il Giudice dà ordine dar di fuoco alla capanna, e quando i tre briganti videro ingrossare le fiamme, il primo ad uscire fu Carciuso inerme, poi il Coratino anche inerme e finalmente Ninco Nanco tutto tremante ed accecato dal fumo con solo revolver penzolone sotto la giacca. Uscito fuori la soglia della capanna, e mentre diceva: non sono io Ninco Nanco, il carabiniere lo teneva al braccio destro, Bochicchio Nicola pel braccio sinistro e Donato Pace gli teneva fermo il revolver, un milite devoto al Capitano Corbo a nome Nicola Coviello Scuma, situato a circa cento passi di distanza, lascia il suo posto e va ad appuntare il suo fucile alla gola di Ninco Nanco e lo rende cadavere. Quest’ultima circostanza prova a sufficienza che Ninco Nanco non uscì in atto minaccioso, bensì sottomesso e tre­mante come i primi, in opposto quei militi situati avanti la porta e che lo avevano nelle mani non avrebbero aspettato il Coviello per farlo uccidere.

3) Secondo le parole di Carciuso dette in Avigliano e dalle sue deposizioni innanzi il Tribunale Militare si è provato che la dimora dei briganti nella capanna sino a quell’ora tardi era causata dal motivo che non si conosceva se la squadri­glia comandata dal Maresciallo e che si rattrovava sul Castel di Lagopesole doveva o pur no far ritorno sul bosco. Viene rafforzata una tal confessione dal fatto della donna, padrona della capanna, la quale fu mandata quella istessa mattina dai briganti in Lagopesole sotto pretesto di andare a messa essendo giorno di domenica onde penetrare se la squadriglia avesse dovuta ritirarsi in Avigliano, ovvero far ritorno nel bosco per continuare le perlustrazioni. Difatti Vito Salvatore fu quello che venne interrogato dalla donna e che gli diede la risposta di non saperlo, il che dà luogo ad argomentare che se i bri­ganti avessero penetrato il movimento della forza ben per tempo avrebbero preso la volta del bosco.
Quindi in questa impresa la pubblica opinione dà la sola lode dell’iniziativa al Capitano Corbo, al Giudice di Mandamento, al Delegato Mariani e la maggior gloria alla squadriglia comandata dal Maresciallo D. Donato Pace, Giovanni Padula, Nicola Bochicchio ed il Cara­biniere Segoni, i quali più di tutti posero a repentaglio la loro vita.
Del che poi si è redatto dal Segretario Comunale il pre­sente processo verbale letto alla Giunta col quale si sono sot­toscritti il presidente e gli assessori per essere trasmesso al Signor Prefetto della Provincia.

“Noi sottoscritti dichiariamo che di nostra uniforme vestiti unitamente ad un drappello di volontari comandati dal degnissimo sacerdote don Donato Pace e Luogotenente della Guardia Nazionale don Leonardo Filippi, Padula Giovanni e Carriero don Leonardo, porta bandiera, nonché Bochicchio Nicola, diacono, in compagnia del signor Capitano Rossi del 22° reggimento fanteria distaccato al Castello, abbiamo eseguita una perlustrazione nel dì undici andante mese e nel dì susseguente, d’accordo col detto Capitano di continuare la perlustrazione generale comandata dal signor Generale Franzini.”

“Nel giorno 13 nell’entrare reduci dal Castello ed avendo scoperto al punto detto “Croce Angelone” nella vicinanza di Frusci una quindicina di individui metà a cavallo e il resto a piedi che, transitando, per la masseria ‘Miracolo e Casone di Corbo’, si dirigevano verso l’anzidetta pagliaia ‘Glitimosca’ sita lungo la strada che conduce al Lago, vi fu poca dimora nel discernere se quella a vista fossero briganti o Guardia nazionale in perlustrazione, ma perchè prevalse l’idea che fossero malviventi, di comune concerto si ordinò l’assalto. Dopo un miglio e mezzo dì corsa a rompicollo, finalmente ci siamo accorti che un distaccamento di Guardia nazionale, capitanata dal signor Corbo e unito al signor Giudice di questo mandamento e Delegato di P.S. circondava la mentovata pagliaia col gridar Corbo: “Carabinieri avanti”. All’arrivo del signor Padula, Giovanni Lorusso, dietro minaccia di fucilazione, in tre volte ha confessato:

“1°) che si nascondeva nella sua pagliaia Nicola Lorusso, Carciuso, indi ha aggiornato che un forestiere di cui non ha sa­puto indicare il nome, occupava il secondo posto, e finalmente ha detto: volete la verità, qui c’è ancora Giuseppe Nicola Summa, Ninco Nanco. Grande giubilo è successo all’annuncio di tal nome, ed ognuno come ha creduto espediente ha preso il suo posto, onde i suddetti assassini non avessero scampo alcuno­.

“S’intimò la prima resa alla quale risposero negativamente ed il signor Giudice, vedendo che nessuno rispondeva, corrispose col metter fuoco alla pagliaia quando il fumo penetrava all’interno del nascondiglio, altra ambasciata di pace si mandava per mezzo del padrone della ripetuta pagliaia a don Dona­to Pace ed al carabiniere, alla quale questi risposero collo incominciare a deporre le armi. Il primo ad arrendersi fu Ni­cola Lorusso alias Carciuso, fu Donato, di anni 40, contadino, brigante di Avigliano, il quale uscendo dalla pagliaia colle espressioni: noi vogliamo la pace! fu ricevuto dal carabiniere Segoni, da Pace don Donato e Bochicchio Nicola, i quali custodivano l’interno della porta.

Dopo si avanzò il famigerato Ninco Nanco; il medesimo restò qualche minuto affidato alla custodia dei tre summentovati e nel mentre fra loro c’era scambio di riconoscenza che dal Ninco Nanco si negavano, uno scoppio di fucile predisse la sua morte. Avendo preso conto di quello che avesse ucciso il predetto brigante, risultò essere un certo Coviello Summa Nicola, fu Paolo, falegname,autore dell’ uccisione. In questo trambusto è ucciso l’altro brigante Mangiullo Giuseppe, di Francesco, di anni diciotto, nativo di Corato, Bari, pastore……”.

 

3 – Dal giornale “Omnibus” – 15 marzo 1864

“Ninco Nanco”. Un dispaccio pubblicato dal “Pungolo” in data di Potenza 13 ore 1 pom. reca la seguente notici­na che ha colmato di gioia tutti gli ordini della cittadinanza.

“Potenza 13 ore 1 pom. Ninco Nanco ha terminato la sua triste carriera, non è più. Questa mattina fu ucciso con suo fratello dalla guardia nazionale di Avi­gliano. Furono presi vivi due altri briganti. La banda Ninco Nanco è distrutta ”.

 

4 – Dal quotidiano “L’Italia”

“Il cadavere di Peppe Cola cioè Ninco Nanco, fu trasportato il giorno 14 marzo a Potenza per segno d’ immenso giubilo per quelle popolazioni già funestate dalla bestiale ferocia di quella belva umana. A Potenza una donna, che aveva avuto il marito ucciso da Ninco Nanco nel passato luglio, a bruno vestita e coi capelli disciolti seguitò la carretta che ne trasportava il cadavere per saziare la fame di vendetta, a metà piangente e a metà fervente sem­brava un’Erinni che lo mandasse all’eterno supplizio.
Per tali prosperi avvenimenti il 14 marzo, giorno natalizio del Re, fu veramente giorno di tripudio universale; il municipio ordinò luminarie, musica, opere di beneficienza a festeggiarlo, il sole a crescere il brio della festa spiegò tutto il suo splendore meridionale rendendola anche più lieta la buona notizia che altri tre briganti erano stati uccisi dagli ussari e bersaglieri stanziati a Ri­pacandida.
Nella piazza della Prefettura vi fu parata della guardia nazionale di Potenza e dopo il canto dell’inno ambrosiano avvenuto nella chiesa cattedrale con l’intervento di tutto il clero, il Prefetto fattola spiegare in quadrato col drappello venuto da Avigliano nel suo mezzo disse calde e patriottiche parole……. “

 

5 – Da “Il pungolo” – 16 marzo 1864

“Ieri la brava guardia nazionale di Avigliano veniva in Potenza recando il cadavere di Ninco Nanco che fu esposto in piazza d’ armi e presentò al signor Prefetto la carabina a due colpi, il revolver e le famose decorazioni tolte a Nin­co Nanco. Erano l’ una una medaglia di bronzo a merito di un istituto militare tolta a Dio sa chi, l’altra un fregio di un’ arma antica che rappresentava un elmo con due rabeschi.
La gioia della popolazione fu immensa e la sua riconoscenza al Governo verissima; molti evviva si fecero al Re d’Italia, di cui ieri si celebrò il dì natalizio e con corse di cavalli, luminarie e festa grandissima. Il Prefetto passò in rivista la guardia nazionale e tenne un discorso applaudito; l’inno reale fu suonato per la città e in teatro dove si declamarono poesie pel Re d’ Italia.
Un’altra notizia venne ad aumentare l’ allegrezza. Gli ussieri di Piacenza e i bersaglieri stanziati in Ripacandida, reduci da una perlustrazione, avevano portato in paese le teste di tre briganti uccisi nel bosco di Lagopesole, due dei quali furono riconosciuti di Rionero. Ieri furono pagate le 16.000 lire alla guardia nazionale d’Avigliano e non succede fatto che non si ricompensi generosamente mettendolo all’ordine del giorno per stimolare tutte le Guardie nazionali “.

 

6 – Dal giornale “l’Indipendente” – giovedì 24 marzo 1864

“Ninco Nanco è morto, questa é notizia vecchia ma non ne sapete i particolari ed ecco perchè vi scrivo. La banda di questo famigerato assassino veniva distrutta dalla brava Guardia nazionale di Tricarico e fu un miracolo se il Ninco Nanco stesso con due dei suoi ed il fratello ferito potè scamparsela e rifugiarsi in Lagopesole. Vi dissi che aveva il fratello ferito ed egli, da buon fratello, lo portò in una capanna, consegnandolo non so a chi e promettendo largo compenso se lo si fosse nascosto e curato. Ma pochi dì dopo il fratello morì ed il Ninco Nanco andò a seppellirlo.
Intanto accadde che il bosco di Lagopesole fosse battuto da truppa e guardie nazionali per cui Ninco Nanco non potè più penetrarvi e fu costretto alla sua volta con due rimastili a nascondersi in una capanna. Tal cosa venuta a conoscenza del signor Benedetto Corbo, capitano della Guardia nazionale di Avigliano, portossi con una quarantina di guardie sul posto e poichè le ricerche cominciavano a sembrare vane, appiccò fuoco alla capanna e allora il Ninco Nanco uscì ed arresesi con due compagni. Non capisco poi come e perchè venisse ucciso sul luogo e subito mentre lo si poteva condurre vivo in paese come si fece per gli altri due.”

 

7 – Da “La Gazzetta Militare” – 26 marzo 1864

“Il maresciallo d’alloggio e tre carabinieri di Avigliano con due preti ed alcuni valorosi giovani associatosi volontariamente ai medesimi, avuto contezza dei briganti, si aggiravano per la campagna nei dintorni di quella città, quando s’incon­trarono con le Guardie nazionali comandate da Benedetto Corbo. Unitesi assieme e, saputo che Ninco Nanco con due soli briganti trovavasi accovacciato in una pagliaia si diressero a quella volta.
La pagliaia essendo in sito elevato, la Guardia nazionale arrestossi a mezza strada e il comandante di essa si pose a gridare: Carabinieri avanti! Il carabiniere Segoni e il prete Pace corsero immediatamente alla pagliala da cui sbucò per primo il brigante Lorusso, che si arrese tosto, dopo si vide comparire sulla soglia Ninco Nanco stesso armato di fucile e revolver accennando a difesa; ma il carabiniere Segoni intimogli la resa, minacciandolo di morte.
Si fu allora che il famigerato capobanda cedette le armi e, mentre il carabiniere Segoni stava per assicurarlo con le manette, un colpo d’ ignota provenienza colpiva Ninco Nanco al collo e lo stendeva cadavere al suolo. Si procedette in seguito alla cattura del terzo brigante Mangiullo. Si hanno gravi indizi a vedere se chi ha uc­ciso il Ninco Nanco, quando già era in potere del carabiniere Segoni, fosse qualcuno che abbia voluto impedire che compro­mettenti rivelazioni uscissero dalla bocca di Ninco Nanco. In seguito si verrà al chiaro di qualche cosa.”

 

8 – “Risposta del cavaliere Benedetto Corbo di Basso al non Cavaliere Giovanni Padula, venditore di cenci di Montemurro “

L’ultimo ad uscire fu il Ninco Nanco con le armi in resta e girando intorno gli occhi per vedere ove meglio avesse potu­to adoperare il suo brutale furore: ed al certo, qualche vittima avrebbe immolata alla sua ferocia, se un caporale della guardia nazionale a nome Nicola Coviello Summa, vedendolo in quel terribile atteggiamento per impedirgli di menare in atto qualche criminoso eccesso, gli appuntò il fucile alla gola e lo stese cadavere.

 

9 – “Risposta di Giovanni Padula, non cavaliere, al cavaliere don Benedetto Corbo di Basso di Avigliano”

…Il signor Corbo si oppose (a mettersi sentinelle alla capanna) e credè piuttosto intimare a Ninco Nanco per mezzo del capannaro di rendere prima le armi e poi presentarsi per averlo vivo. Dopo la seconda intimazione e la minaccia di metter fuoco, Ninco Nanco mandò le armi sue e dei suoi, infine comparve egli al limitare della capanna.
I due carabinieri se ne impossessarono insieme con i tre preti Pace, Bochicchio, e Stolfi, nonchè Leonardo Carriero e Leonardo Filippi; e datosi l’ordine da Padula al carabiniere Segoni di mettere a Ninco Nanco i polsi, si accostò quasi inosservato nella confusione Nicola Co­viello Summa, agente di Corbo, da lui espressamente mandato, scaricando il suo fucile in gola a Ninco Nanco, il quale dopo pochi istanti cessò di vivere…

 

10 – Da “La Basilicata” di E. Pani‑Rossi – 13 marzo 1864

La caccia al cinghiale Ninco Nanco
Disgiunto il capobanda dal più dei suoi, ormai non d’altro inteso che di nascondersi, s’avvia con due briganti nei pressi di Avigliano, entro una pagliaia, finchè possa uscirne senza rischi e raggranellata gente infellonire contra gli autori di sua ruina; colà stette tre giuorni; al secondo gli viene nuova della morte del fratello e dà in uno scroscio di risa feroci; il terzo s’avvede la pagliaia esser circuita da milizia cittadina, duce il Corbo di Basso, e da carabinieri, e ode intimarglisi la resa. Pria non risponde e quindi: entrate; angusto il passo e tre­menda forca per chi avea da vedersi colà innanzi un Ninco Nanco. E convenne appiccarvi il fuoco ardeva ormai d’ogni intorno la paglia, per poco più ne rovinava il tetto e il Ninco Nanco là dentro con altri due, né muoveva grida nè gemiti; non zittiva.
Tornasegli ad offerire la resa; risponde che sì: escono prima dal covo i due suoi briganti e dietro ad essi il duce con lo scoppio in resta, gli occhi stralunati girando a scoprire su chi avventarsi od uccidere prima onde rompere il cerchio e scampare: quand’un milite, cui il Ninco Nanco aveva ucciso il fratello, scortolo in quel terribile atteggiamento, gli appuntò lo schioppo al petto e lo freddò per sempre. Veduto la morta, la feroce iena faceva ribrezzo.

 

Di Domenico Salvatore

Ariticoli riportati in originale

 

 

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